Ricordo di Mario Dondero

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Mario Dondero era una persona speciale e, come spesso succede ai grandi fotografi, non dava apparentemente grande importanza ai fattori tecnici. Parlando con l’amico Ugo Mulas così l’aveva istruito: “La maggior parte delle fotografie si scattano a 1/125 f 5.6 , poi se c’è più ombra o c’è più luce si apre o chiude di più il driaframma”. Punto. La tecnica, d’altra parte, si assorbe, è importante come strumento del mestiere, non deve essere un’ossessione ma – diceva Franco Vaccari – un inconscio tecnologico. E’ come guidare: dopo i primi tempi in cui ci fai attenzione al modo con cui stacchi il piede dalla frizione o al numero di giri giusto per cambiare marcia non ci pensi più. Mario, infatti, pensava a ben altro dopo aver messo la pellicola in macchina e aver regolato gli Iso.

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La sua luce era quella dei suoi personaggi, era quella della vita pulsante di cui andava a caccia era quella del “pedinamento della realtà”, come diceva con una bellissima espressione Cesare Zavattini. Tutto partiva da quel sorriso con cui Mario sapeva avvicinare chiunque, un vecchio amico a cui dopo tanto tempo suonava a sorpresa il campanello di casa o una persona incontrata per strada per la prima volta ma che intuiva interessante. Era un sorriso fanciullesco che accompagnava una determinazione fortissima di adesione alla realtà, una voglia audace di stare dalla parte giusta anche se momentaneamente (o forse definitivamente, chissà) perdente, una sfrontata adesione all’utopia della giustizia sociale, da realizzare, però. La luce di Mario la intuivi in certe sere estive passate a discutere, mangiare e bere quando improvvisamente, fissando negli occhi una bella ragazza (accanto a lui a tavola c’era sempre una ragazza che lui sapeva rendere bella), si metteva a cantare imitando la voce profonda di Yves Montand che era un bravo cantante, un bravo attore e poi, si sa, stava “dalla nostra parte”. Quando nel 2004 Roby Schifrer ha aperto a Milano la Galleria Bel Vedere, l’abbiamo inaugurata con una sua personale che ho personalmente curato. E’ stata  l’occasione preziosa per  stare per molto tempo con Mario e non solo decidere come realizzare la mostra andando a scoprire immagini famose e altre che lo sarebbero diventate ma anche condividere a Fermo la sua casa incasinata, i suoi archivi sparsi dappertutto, i suoi discorsi così ampi che passavano con apparente continuità dal Genoa a Cuba, dalla letteratura a Robert Capa: ecco, quella era la sua luce.

Roberto Mutti

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